Praticare il desiderio contro l’imperativo della riproduzione

desiderio

“Durante questi anni, con una serie di operazioni di un’ampiezza mai vista, per la prima volta il problema femminile è trattato a livello di massa: si struttura un ruolo omogeneo interclassista, si costruisce la “donna-madre”, consacrata alla famiglia, alla casa, dipendente dal marito; suo solo e unico dovere: la riproduzione della “razza”. Preferibilmente essa non dovrebbe avere un lavoro salariato: una famiglia, un salario. Salvo quando la Stato decide altrimenti.”

Queste righe, scritte da Alisa Del Re all’interno di un volume da lei curato dal titolo “Stato e Rapporti Sociali di Sesso”, sono tratte dal capitolo “Politiche demografiche e controllo sociale in Francia, Italia e Germania negli anni ’30”. In quegli anni, dopo la crisi globale del 1929, vennero attuate politiche di controllo demografico in cui l’elemento della riproduzione della popolazione veniva riposto nelle mani delle donne, madri di famiglia, rifondatrici della Nazione.
In quanto a demagogia e retorica politica, la connessione della campagna del governo promossa dalla ministra Lorenzin con alcune di queste campagne fasciste del ventennio, è stata sottolineata e ricordata da numerosi editoriali che in questi giorni sono stati scritti da collettivi, compagn* e giornalist*.
Non solo per il chiaro messaggio politico volto all’incremento demografico del paese, ma anche e soprattutto per l’immagine della donna che da esso ne deriva: ancora una volta riemerge il “destino materno” della donna che in quanto forza procreatrice e riproduttrice della nazione farebbe meglio a starsene a casa a fare figli, altro che difendere la propria libertà di scelta o rivendicare i propri diritti e la propria autonomia!
L’altro macro aspetto sottolineato dai testi apparsi su social e giornali cartacei in questi giorni, che anche noi vorremmo richiamare, è la sfacciataggine, l’arroganza e la prepotenza con cui Lorenzin e company chiedono alle giovani donne della nazione di farsi carico del proprio orologio biologico prima che questo si fermi una volta per tutte, per sempre.
L’arroganza e la prepotenza sta nell’imporre in termini discorsivi, politici e istituzionali l’essere fertili per la patria e dio come un programma di governo, in un contesto sociale in cui nessuno, né patria né tantomeno gli zelanti servi di dio, si sia preoccupato di far sì che questi/e figli/e possano essere nutrit*, possano avere sopra la testa un tetto (antisismico), aver accesso a servizi per l’infanzia e a un’istruzione pubblica gratuita e laica, e soprattutto, questo lo aggiungiamo noi, abbiano la possibilità di vivere in quartieri, città, paesi in cui si respira amore, sorellanza e solidarietà (ma per questo fortunatamente abbiamo i nostri spazi liberati e le nostre relazioni sovversive!).
Detto ciò, il richiamo alle retoriche fasciste e la denuncia delle politiche di austerity sono elementi centrali di un mosaico più ampio, che ha a che fare con la questione della ridefinizione dei diritti di cittadinanza sociale, economica e sessuale ai tempi dell’austerity.
Il Fertility Day infatti è solo una delle ultime grottesche espressioni della crisi dello Stato neoliberale tardo capitalista, le cui derive neo-fondamentaliste degli ultimi anni hanno costituito un tentativo (fallito) di rispondere all’oltraggio delle spinte verso l’autodeterminazione delle donne e delle soggettività LGBTQI. E infatti questo arriva dopo anni di Family Day a difesa della famiglia naturale, di propaganda d’odio delle Sentinelli in Piedi e dopo la più recente feroce opposizione alla stepchild adoption (contenuta nell’iniziale proposta Cirinnà), il cui obiettivo è sempre stato l’esclusione delle soggettività libere, autodeterminate e non eteronormate dal riconoscimento di diritti nella sfera della riproduzione, delle affettività e del mutualismo.
Perché tanta insistenza nel promuovere l’aumento delle nascite all’interno di coppie evidentemente eterosessuali – considerato che con la legge 40 si vieta anche, e non solo, alle coppie gay e lesbiche di avere dei figli, o almeno di farli in Italia? Perché infatti tanta preoccupazione nei confronti della fertilità femminile?
Se fosse un problema demografico si potrebbe benissimo risolvere, come proposto in questi giorni da vari articoli e editoriali, regolarizzando tutt* i/le bambin* e ragazz* non ancora “italian*” perché migrati, minorenni, in Italia o figli di migranti nati in Italia. Oppure favorendo il diritto alla procreazione per tutt@.
Il punto infatti è un altro.
Come più volte abbiamo ribadito, noi e tant* altr*, nelle piazze, nelle assemblee, nelle s-campegge e negli spazi occupati, ciò che si vuole affermare come modello unico ed esclusivo di riproduzione della specie è la famiglia eterosessuale monogamica bianca. Tra tagli al welfare e politiche di austerity, è infatti sulla famiglia che “la Nazione” sta facendo ricadere le funzioni di mutualismo, sussidiarietà e solidarietà che dovrebbe ricoprire lo stato sociale. Un vero welfare familistico che concentra sulla famiglia tradizionale e feconda la riproduzione della (nostra) specie, la sua formazione, educazione e in ultima analisi il suo controllo. Una famiglia, che, come sappiamo bene, è anche il luogo di riproduzione delle asimmetrie e della violenza di genere e sulle donne, il luogo in cui molte donne vivono condizioni di infelicità, di sfruttamento e di lavoro domestico e di cura non retribuito, ed è il luogo, così come lo vorrebbe il capitale, in cui la donna-madre deve stare. A casa. Perché lavorare quando le retribuzioni medie non arriverebbero a coprire una rata di asilo? Conviene stare a casa. A fare (o meglio ad essere) madre e moglie (o compagna, visto che a quanto pare ci si sposa sempre meno).
Un ritorno subdolo dell’idea di destino materno associato al corpo femminile che ha trovato ancora una volta la connivenza dell’abolizionismo di alcune femministe della differenza, che hanno associato la “gestazione per altri” (anche chiamata erroneamente e con intento denigratorio “maternità surrogata” e “utero in affitto”) a una forma di mercificazione e prostituzione del corpo della donna, aderendo paradossalmente alle posizioni più oltranziste espresse dallo stesso Family Day. Pur partendo da posizionamenti presumibilmente opposti al fondamentalismo cattolico della destra e delle Sentinelle, con l’intento di tutelare il corpo della donna dall’ingerenza del capitale e del mercato, alcune si sono arrogate il diritto e l’autorità di parlare per tutte, costruendo nuovamente un soggetto-donna essenzialista e monolitico, non facendo altro che chiudere la bocca a tutte quelle che come noi pensano che i processi di naturalizzazione dei corpi siano dispositivi da decostruire e l’autodeterminazione e il partire da sé non possano mai passare in secondo piano.
La pericolosità di queste posizioni, infatti, risiede nel considerare il corpo della donna (nata donna) come l’unico biologicamente e ontologicamente adatto alla procreazione, portatore di un privilegio – l’attitudine innata alla procreazione e alla cura – che lo rende diverso da tutti gli altri. È immediato a questo punto vedere una minaccia nei confronti di tutte quelle nate donne, diventate donne, o mai consideratesi donne che vivono le proprie esistenze al di fuori di questo destino, al di fuori del ricatto dell’orologio biologico e che magari considerano la gravidanza e la genitorialità come libere scelte soggettive e non come un debito nei confronti della società (e del capitale) da saldare piuttosto che una colpa atavica da espiare. Come se possedere un corpo potenzialmente fonte di procreazione e di vita costituisca una risorsa economica, un valore capitalistico, che risiede appunto nella possibilità di riprodurre la specie, che non può essere sprecata.

Di fronte a tutto questo pensiamo sia necessario disarticolare e far esplodere il Soggetto Donna come Moloch, soggetto unitario, rappresentativo di tutte le femmine da sempre e per sempre.
Farlo esplodere significa riconoscere, far parlare, rendere visibili le tante biografie, i tanti vissuti e soprattutto i tanti bisogni e desideri di noi femministe, queer, trans, precar*, disoccupat*, liber* professionist*. Cosa significa essere donna?
Questa è una domanda a cui non vogliamo nemmeno rispondere, né crediamo sia politicamente utile rispondere. Ci basta dire che forse essere donna, in questo tempo e in questo spazio, è anche essere femminista.
E il femminismo, oltre ad essere una scelta situata, è un modo di vedere le cose, le relazioni, il potere che ci impone di non parlare mai per nessun altr*.
Perchè il femminismo è anche un atto di autodeterminazione, che ci ricorda che i diritti e gli spazi di libertà si conquistano con le lotte.

Non saremo mai fertili per le vostre campagne conservatrici, omo-transfobiche e razziste!
Per voi saremo aride, inaccoglienti come terra bruciata al sole!
Saremo invece streghe, puttane, froce, madri degeneri, degenerate e sovversive!

E IL 22, AL VILLAGGIO DELLA FERTILITA’, CI SAREMO ANCHE NOI!

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